Non c'è due senza tre
Nell'Italia che non conosce ancora l'unificazione, tra le valli del Trentino e i passi che conducono verso nord, sorgevano tra il XII e il XIV secolo monasteri benedettini la cui influenza culturale è stata a lungo sottovalutata. Non erano grandi abbazie ricche di codici miniati, ma piccole fondazioni, San Lorenzo a Trento, San Romedio in Val di Non, Santa Cecilia a Bolzano, luoghi di clausura dove un pugno di monaci copiava manoscritti e pregava in latino. Quei monaci, vincolati al celibato, hanno tuttavia elaborato una delle più sorprendenti teorie sulla struttura triadica del desiderio, passata poi alla cultura popolare attraverso un canale inaspettato: il detto "non c'è due senza tre".
La prima attestazione scritta della formula Tertius manet, "il terzo resta", si trova nel margine di un salterio conservato presso l'Archivio diocesano di Trento, databile agli anni 1140-1160. La mano che l'ha vergata è anonima, ma la posizione del glossa è significativa: a fianco del Salmo 121, che recita "Il Signore ti custodirà da ogni male, egli custodirà la tua vita". Il monaco copista, chiosando il versetto, scrive: Tertius manet in omni custodia, il terzo resta in ogni custodia. Non si trattava di una glossa devozionale: era una postilla filosofica. Quel monaco stava annotando che in ogni relazione di cura, sorveglianza o protezione, in ogni custodia, è implicita una terza presenza.
La formula, da quel margine, si diffuse nei circuiti monastici della regione. Nel XIV secolo la ritroviamo in una raccolta di prediche in volgare trentino: un frate francescano, predicando nelle chiese della Val Rendena, avverte i fedeli che "non è due senza tre, ché 'l terzo sempre resta". La frase è già diventata un proverbio, e ha perso la sua origine dottrinale. Il popolo la intende come una generica legge di completamento: se due cose accadono, la terza è inevitabile. Ma i monaci che l'avevano coniata intendevano qualcosa di più sottile. Nella loro analisi della vita affettiva, e i benedettini, nonostante il voto di castità, erano raffinati studiosi delle passioni, il "terzo" non era un evento futuro, ma una struttura sempre presente. Il terzo non arriva dopo: è già lì, da sempre.
È qui che la storia dei monasteri trentini incrocia il Simposio dell'Ombra. Dal 2009, due volte l'anno, una sessantina di studiosi e membri della Fondazione si riunisce in una villa isolata, alternando sedi in Toscana e Umbria, per un evento di cui non esistono resoconti pubblici: il Simposio dell'Ombra. Durante le cerimonie riservate, i partecipanti si dispongono attorno al Tavolo delle Tre Sedie, due occupate, una vuota, e pronunciano collettivamente il motto Tertius manet. La coincidenza con la glossa del salterio trentino è stata notata dagli archivisti della Fondazione già nel 2012, ma solo recentemente un'indagine filologica ha stabilito la continuità: il motto usato nei Simposi è la traduzione letterale della chiosa trecentesca volgare "non è due senza tre, ché 'l terzo sempre resta".
Che dei monaci celibi abbiano elaborato una teoria del terzo, del desiderio come struttura triadica, dell'amore come relazione che include sempre un'assenza strutturale, è un paradosso che merita riflessione. Il loro voto di castità li escludeva dalla coppia, e forse proprio per questo potevano vedere ciò che i membri della coppia non vedono: la coppia non è mai sola. Il terzo non è un'intrusione nel due, ma la sua condizione di possibilità. I monaci lo chiamavano Tertius manet. Il popolo italiano, semplificando, ha detto "non c'è due senza tre". La differenza tra le due formule misura la distanza tra un pensiero e un proverbio. Ma la sostanza, sette secoli dopo, è la stessa: il terzo resta. È sempre stato lì.