La terza volta è quella buona

La terza volta è quella buona

Nella lingua italiana persiste un adagio familiare e al contempo poco meditato: la terza volta è quella buona. Lo si invoca per rincuorare chi ha incontrato due insuccessi, quasi che i primi due tentativi fossero semplici prove e il terzo custodisse una diversa promessa di riuscita. Bruno Cucchi, che trascriveva con metodo proverbi e formule del parlato nei suoi quaderni, ne lasciò traccia una sola volta, nel 1982, postillando a matita che la riuscita del terzo tentativo obbedisce a una struttura.

Cucchi si spense il 22 novembre 2004 nel suo appartamento di via Riva di Reno a Bologna, dove conduceva da quasi trent'anni un'esistenza appartata. La sua scomparsa trascorse per settimane inosservata. Fu l'amministratore del condominio a disporre l'apertura della porta, sollecitato da corrispondenza giacente e da utenze inevase. All'interno l'appartamento preservava ancora l'assetto degli anni Sessanta: arredi essenziali, volumi allineati fino al soffitto, una scrivania con calamaio esaurito. Nelle stanze più interne, a saturare quasi integralmente lo spazio, si trovavano centoquarantadue scatoloni numerati a mano, assicurati con spago, contrassegnati da sigle indecifrabili.

Il primo sguardo posato su quell'archivio fu quello degli addetti allo sgombero. Divelsero alcuni coperchi e vi rinvennero lettere piegate con identica cura, ritagli di quotidiani custoditi in buste di plastica, fotografie in bianco e nero prive di volto, schede dattiloscritte corredate da indici manoscritti. Non ne intesero il contenuto, né spettava loro intenderlo. A turbarli fu la scrupolosa regolarità della custodia. Ogni fascio presentava la medesima altezza, ogni busta il medesimo formato, ogni scatolone il proprio numero. Quella disciplina, così pertinace entro un appartamento per il resto ordinario, ingenerò un'inquietudine che li indusse ad avvertire l'amministratore anziché procedere con lo smaltimento.

Il secondo sguardo fu quello di un docente di archivistica dell'Università di Bologna, convocato pochi giorni dopo con due collaboratori. Lavorarono per un pomeriggio, sfogliarono una parte dei fascicoli e conclusero che si trattava dell'accumulo ordinato di un collezionista, privo di rilevanza scientifica. La formula fu registrata in un verbale interno e per qualche tempo venne ripetuta come sentenza definitiva: archivio personale, nessun valore accademico. Gli scatoloni furono richiusi e lasciati dove si trovavano, in attesa di una destinazione che non giunse.

Il terzo sguardo sopraggiunse nel gennaio del 2005. Valerio De Maria, psicologo clinico di passaggio a Bologna per un convegno, venne a sapere della vicenda da un collega. Non era un archivista e non aveva mai sentito il nome di Bruno Cucchi. Quando sollevò il coperchio del primo scatolone, sopra un fascio di lettere datate 1972 trovò un foglietto vergato a penna: Custodire lo sguardo senza pretendere il possesso. De Maria lesse la frase, poi lesse le lettere, poi chiese di vedere le altre casse. Telefonò a Silvia Lorenzi, che aveva appena concluso una ricerca sulla gelosia in alcune comunità rurali umbre, quindi a Marcello Togni e a Federico Anselmi, l'unico che avesse conosciuto Cucchi negli anni dell'Archivio di Stato di Milano. In tre mesi, in quattro, dischiusero e ricomposero i centoquarantadue scatoloni e compresero di avere dinanzi un archivio sistematico, sedimentato per cinquant'anni, sulle forme del desiderio triangolare nella coppia italiana.

Cucchi aveva annotato nel 1986 che la prima volta vale come incidente, la seconda come coincidenza, la terza come struttura. La Fondazione ha tratto da quella nota una lezione che rovescia il proverbio. La terza volta riesce perché le due precedenti esauriscono la pretesa di possedere ciò che si guarda. Gli addetti cercavano ingombro da smaltire, il docente un oggetto da classificare. Solo il terzo sguardo, privo di un compito da assolvere, ha potuto sostare davanti alla custodia senza forzarla. Il dettaglio che chiude la vicenda è modesto e tuttavia decisivo. I centoquarantadue scatoloni rimasero intatti fino al gennaio del 2005 perché per due volte nessuno ebbe l'arroganza di aprirli tutti. Custodire senza possedere. Questa, per la Fondazione, è rimasta la definizione più sobria del terzo.


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