La mano alzata

La mano alzata

Un ragazzo, uno di noi, alza la mano. È l'ora di Italiano, e la professoressa chiede agli alunni un argomento a piacere di cui parlare. Lui è una persona sveglia, una persona curiosa. La professoressa chiama il suo nome: «quale argomento vorresti portare?».

«Fondazione Bruno Cucchi», dice.

Tutti gli occhi della stanza furono rivolti verso di lui. Anche quelli di coloro che non stavano prestando attenzione, come un uomo dormiente cessa il sonno all'udire di un forte rumore metallico.

La professoressa, con labbra tremanti, rimane in silenzio con mille pensieri nella sua mente. Come è stata scoperta? Come poteva un ragazzo di sedici anni, nato e cresciuto in una città di provincia, conoscere l'esistenza della Fondazione, quando lei stessa, che ne era membro Custode da undici anni, non ne aveva mai fatto parola con nessuno, rispettando il patto di silenzio?

Il ragazzo la guardava, e nei suoi occhi non c'era sfida. C'era la stessa cosa che la professoressa aveva visto nei suoi temi, nei suoi interventi in classe, nei libri che chiedeva in prestito: una fame. Una fame di sapere che non si accontentava di quello che il programma offriva.

«Una fondazione che studia le forme del desiderio, della gelosia», aggiunge. «C'è un archivio, a Roma.»

Qualcuno in fondo alla classe rise. La professoressa sollevò una mano, e il silenzio tornò.

«Dove hai sentito questo nome?» chiese lei. La voce era ferma, ma le dita, sulla cattedra, premevano il legno come se cercassero un appiglio.

«Ho trovato un vecchio numero dei Quaderni del Desiderio Vicario in biblioteca», disse lui. «Era stato donato da qualcuno, infilato tra due volumi di giurisprudenza. Ho pensato fosse un errore di collocazione, poi l'ho aperto.»

Il tempo, in quella stanza, parve fermarsi.

«L'ho letto tutto. Poi ho cercato altro. Ci ho messo due mesi a trovare il sito: non è facile, è nascosto, non compare nelle prime pagine dei motori. La domanda di ammissione, invece, è lì. L'ho compilata, ma non l'ho mai mandata.»

Fece una pausa. Abbassò lo sguardo sul banco.

«Volevo prima capire se era seria. Se era vera. Se stavo perdendo tempo a studiare una cosa che non esiste.»

La professoressa si alzò. Si avvicinò alla finestra, dando le spalle alla classe, e guardò il piazzale della scuola senza vederlo. Nella sua testa scorrevano rapidi i paragrafi del codice etico, le procedure del Protocollo della Soglia, le formule pronunciate durante la Veglia del Terzo. «La protezione dell'identità dei testimoni e dei membri non è solo una misura legale, ma un principio costitutivo del patto di fiducia.»

Si voltò.

«Dopo la campanella, resta qui.»

Il ragazzo annuì. Gli altri studenti scambiarono occhiate, ma nessuno disse nulla. La lezione riprese, ma l'aria era cambiata. C'era un terzo, ora, in quella stanza: il nome di un morto, l'ombra di un archivio inaccessibile, il peso di una scoperta che non si poteva più ignorare.

Tertius manet.


Il racconto che avete appena letto è liberamente ispirato a una testimonianza pervenuta alla Fondazione nell'inverno del 2025. Nomi, luoghi e circostanze sono stati modificati per proteggere l'identità del testimone e della persona coinvolta. La Fondazione non conferma né smentisce la veridicità dei fatti narrati: come per ogni documento dell'archivio, ciò che conta non è la cronaca, ma la struttura che essa rivela.


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