Intervista a un archivio
La Stanza Bianca non è bianca per caso. Il colore è stato scelto da Federico Anselmi, il primo archivista della Fondazione, come superficie neutra su cui la memoria possa proiettarsi senza interferenze. Entrarvi è come entrare in una camera operatoria: la luce è fredda, le scaffalature sono metalliche, l'aria è controllata. Qui il tempo ha una temperatura e un'umidità precise.
Oggi apriamo il fascicolo E.203. Anno: 1973. Provenienza: Emilia-Romagna. La sigla — una E seguita da tre numeri — potrebbe indicare la categoria "esperienze dirette", secondo la classificazione ipotizzata da Anselmi, ma nessuno ne è certo. All'interno, una busta di carta marrone contiene tre documenti.
Il primo è una lettera scritta a macchina su carta intestata di un'azienda agricola di Modena. La grafia della macchina da scrivere è netta, senza correzioni. L'autore — si firma con una sigla — racconta la sua esperienza con un linguaggio insieme formale e intimo, come se stesse compilando una relazione per un ufficio che non esiste. Descrive le serate trascorse a osservare la moglie ballare con un altro uomo in una balera di campagna, il misto di orgoglio e smarrimento, la sensazione di essere invisibile e onniveggente insieme.
Il secondo documento è una fotografia in bianco e nero, 9×13, sgranata. Si vede una sagoma femminile danzare con un uomo in controluce. Sullo sfondo, un lampadario di cristallo e un cartello pubblicitario della Birra Moretti. Sul retro, a matita: "Primavera 1973".
Il terzo è un annuncio ritagliato da una rivista — potrebbe essere L'Espresso o Panorama — cerchiato in rosso. "Coppia matura cerca uomo maturo per esperienze controllate. Discrezione assoluta." Un numero di casella postale.
Tre documenti, quarant'anni di distanza, una storia che non sapremo mai per intero. L'archivio non racconta storie complete: racconta frammenti. Sta allo studioso — o al Custode che li conserva — rispettare la loro incompletezza, non forzare connessioni che non ci sono. Ogni fascicolo è una domanda senza risposta, un'ombra che rimane tale. Forse è questo, alla fine, il vero significato del motto della Fondazione: il terzo rimane, ma rimane anche il mistero.