Il terzo nella stanza

Il terzo nella stanza

Entrate in una stanza qualsiasi. Due persone sono sedute a un tavolo. Tra di loro, sul ripiano, c'è un telefono cellulare, spento, con lo schermo rivolto verso il basso. Quella presenza silenziosa è sufficiente a modificare l'atmosfera della conversazione. Non perché stia squillando, non perché qualcuno lo stia guardando. Ma perché esiste la possibilità che qualcosa o qualcuno, al di là della stanza, possa interrompere l'intimità del momento.

Questa è la forma più elementare del terzo: non una persona, ma la sua possibilità. Un'assenza che pesa quanto una presenza.

Nel pensiero di Bruno Cucchi, il terzo non è mai un'intrusione dall'esterno. È una dimensione costitutiva della relazione di coppia, anche nelle sue forme più apparentemente chiuse. Ogni relazione a due, per quanto esclusiva, si struttura intorno a un'assenza — il ricordo di un ex partner, la fantasia su un collega, il genitore che ha modellato l'idea di amore, l'amico invisibile con cui si confida l'altra metà della coppia. Il terzo non sopraggiunge: è sempre già lì.

Riconoscerlo è il primo passo per smettere di temerlo. La terapia di coppia tradizionale lavora spesso per riportare la relazione alla sua presunta purezza originaria: eliminare il terzo, ricostruire il perimetro della coppia chiusa. L'approccio cucchiano, invece, suggerisce di fare spazio al terzo, di dargli un nome, di negoziare la sua presenza. Perché il terzo non se ne andrà. Il terzo, appunto, rimane.

Che si tratti del cellulare sul tavolo, del ricordo di una notte passata insieme a un altro, o della semplice consapevolezza che l'altra persona può desiderare altrove, il terzo è una dimensione ineliminabile della relazione amorosa. Negarlo produce ipocrisia. Riconoscerlo, invece, produce consapevolezza. E la consapevolezza è l'unica forma adulta di intimità.


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